Dove eravamo rimasti?

Quasi venti anni fa una persona che mi conosceva bene mi disse “la cosa che mi fa più incazzare di te è che parli come se tutti necessariamente dessero per scontate le cose che sai te”. Nello specifico stavamo parlando di letteratura latina, dato che stavamo preparando la maturità, e ancora più nello specifico le stavo dicendo una cosa che avevo letto in una nota di un libro che neanche avevamo in programma, dando per scontato che anche lei lo sapesse. E invece no.

Diciamo che per me è un po’ tutto così: sono convinta che le cose che so sono cose normali, concetti acquisiti da tutti. E se tutti lo sanno non c’è bisogno che io lo risottolinei, no?

Mi spiace per come ho trattato questo blog, c’è stato un momento (una decina di anni fa che sembra il giurassico) in cui ogni giorno che l’Onnipotente mandava in terra scrivevo per i miei sei lettori i fatti miei sul mio blog personale. Un blog tematico pone molti più problemi: intanto ti infila a forza in una categoria (nella fattispecie per me la beauty blogger, e no, non sono magra, non sono bionda e non ho neanche meno di 25 anni), poi comporta anche domande un po’ più esistenziali, tipo chi è il mio pubblico? Per chi scrivo? Scrivo nel tono giusto per l’argomento? Tutte domande che fino a stamattina erano rimaste appese senza risposta. Poi, galeotta una ragazza che in un gruppo segreto di facebook ha chiesto come usare l’olio essenziale di Tea Tree, ho riaperto qui sopra e sono stata investita da tutti i sentimenti che ho espresso qui sopra. E siccome questo blog era nato in maniera assolutamente autoriferita e neanche ho fatto il classico post di presentazione, ricomincio da qua, stavolta sul serio.

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Pressure test n#1: rossetti no transfer

Anche le donne più scaltre, almeno una volta nella vita, hanno creduto (e ceduto) a una qualche bugia estetica. Una dieta che ti fa dimagrire immediatamente, una guaina che promette una taglia in meno, uno shampoo che ti rincolla le doppie punte. Io ancora ricordo quando L’Oreal, all’inizio degli anni zero, aveva messo in commercio un gloss che prometteva sei ore di durata. Novella cane di Pavlov, l’ho comprato piena di speranze e dopo il primo utilizzo ho capito il potere dei persuasori occulti nei confronti della mia vanità. Era un gloss qualunque, che forse durava 12 minuti invece che 10.

Il rossetto a durata infinita è un altra delle promesse da marinaio dell’industria cosmetica contemporanea. In commercio ce ne sono diversi tipi: i pennarelloni (che Iddio ce ne scampi e liberi), le tinte labbra e i prodotti due in uno (di solito composti da una tinta e un gloss-balsamo). Non amo i rossetti long lasting due in uno per tutta una serie di motivi: prima di tutto perché non amo la loro texture sulle labbra. Sono molto secchi e io ho labbro superiore molto sensibile. Mi infastidisce l’effetto vinile del gloss (che più che un gloss sembra il coppale per il legno) e non mi piace neanche l’effetto poco modulabile del colore.  Poi c’è la tragedia del giorno dopo, in forma di brufolazzo sul bordo labbra (antiestetico e molto, molto doloroso).

Ci sono anche dei lati positivi però: i colori sono pieni, la durata è decisamente superiore a quella di un rossetto classico ed è molto più comodo applicarlo.

Ma quale è il migliore di tutti?

Ho deciso di fare una di quelle prove che si fanno nelle pubblicità comparative: mettiamo il prodotto in una situazione stressante, tipo il brunch di TBone station 

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(la colata di cheddar è solo per farvi capire l’immane sforzo che è stato questo test, ma cosa non si fa per amore della scienza)

I rossetti sono della stessa fascia di prezzo (quindi niente marche superwow).

Carola

Rossetto Kiko Unlimited Double Touch col. 121 € 8.95 voto 7/10

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(sopra a fine pasto, sotto appena indossato)

Di questi rossetti ne ho due della vecchia formulazione, entrambi rossi, e questo che mi è stato regalato per il compleanno. E’ il mio preferito come texture e tiene piuttosto bene anche la prova cibo (anche grazie al colore che non è particolarmente acceso). Personalmente lo preferisco senza l’effetto lucido.

Maria 

Rossetto Max Factor Lipfinity colore 330, prezzo fluttuante tra gli 8 e 12 € voto 9/10

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(Sotto appena arrivata al ristorante, sopra dopo pranzo)

Il Lipfinity è stato il primo rossetto di questo tipo sul mercato. E ha ancora una performance paurosa. Facendo il collage di questa foto sono rimasta impressionata. Sembra più intenso dopo pranzo che prima (la foto di prima ha anche una messa a fuoco ridicola, perdonate). Ha il grandissimo pregio di avere il balsamo idratante in uno stick a parte, che trovo molto più comodo per i ritocchi. Max Factor sconta una distribuzione un po’ a macchia di leopardo (almeno a Roma) e un marchio che non è molto pubblicizzato dalle guresse del beauty on line, ma se dovessi comprare un rossetto a lunga tenuta in due fasi sicuramente comprerei lui.

Valentina 

Rossetto Rimmel Provocalips colore Play with fire, prezzo oscillante tra i 7 e i 10 € voto 7/10

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(sotto appena arrivata al ristorante, sopra dopo pranzo)

Il rossetto di Valentina è quello che ha penato un pochino più degli altri (soprattutto al centro labbra); le labbra rimangono comunque colorate in modo piuttosto omogeneo. Di questo prodotto apprezzo soprattutto il range di colori (dal nude molto molto chiaro fino a un prugna intenso) e il fatto che siano colori completamente mat.

Federica 

Rossetto Mac Russian Red prezzo € 19.95 voto NC

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(Sotto appena arrivata al ristorante e sopra dopo il brunch e un passaggio in bagno)

Federica ha deciso che lei avrebbe usato il rossetto normale. Così ci ha dato un’idea di massima di come si comporta un mat di Mac. Tra i rossetti classici i mat sono sicuramente quelli più duraturi, e quelli di Mac sono davvero molto resistenti, ma contro il  cheddar possono poco.

Consiglio spassionato, mangiate senza rossetto e mettetelo dopo 🙂

 

La vendetta delle tinte ignoranti

Ok, l’ultima volta mi sono fatta prendere un po’ la mano. Ho fatto una tirata infinita sull’importanza del consumo consapevole e mi sono dimenticata dei ponti di zolfo che vivono e lottano insieme a noi. Cercherò di riprendere il filo proprio da loro.

Innanzitutto è vero, i ponti di zolfo esistono. Senza il doppio legame ossidativo di due atomi di zolfo la nostra cheratina, cioè la proteina di cui sono composti unghie e capelli, non sarebbe legata e compattata insieme. La stabilità di questi legami è direttamente collegata al loro stato di salute. I ponti di zolfo sono anche quelli che danno la tipologia di capelli (quindi lisci e ricci avranno dei legami leggermente diversi) e si rompono se andiamo ad agire chimicamente per modificarla (con permanenti o stirature).

Quindi il colorista del parrucchiere non mi aveva detto del tutto uno bugia.

Il problema è che una modifica chimica (sia essa una permanente, una stiratura, ma anche una tintura ) non è reversibile. Per cui non esistono trattamenti magici che ristabiliscono priorità e ordine nei nostri legami di cheratina. Esistono dei cosmetici che ci possono aiutare ad avere delle chiome setose per un tempo più o meno lungo, ma niente di definitivo, di curativo o di miracoloso.

Cosa bisogna fare per avere dei capelli belli nonostante la precarietà dei nostri ponti di zolfo quindi? Facciamo nostra la lezione di  Ludwig Mies van der Rohe, “Less is more”. Ha funzionato in architettura, funzionerà anche con la nostra cheratina.

SE VOLETE UN CAMBIAMENTO RADICALE, AGITE DA DENTRO

Formulata così sembra una frase di Osho, ma è la pura, sacrosanta verità. I capelli da quando escono dalla cute sono, di fatto, morti. Per cui non ci sarà nessuna bacchetta per reincollare le doppie punte, nessun trattamento magico per rimpolpare i capelli sfibrati. Se ci sono dei capelli rovinati dovete tagliare. Poi ricrescono, giuro. Gli effetti di un cosmetico sono limitati nel tempo e può essere una buona cura di emergenza ma se li volete più forti e più belli dovete andare in farmacia (o dal medico) e farvi indicare l’integratore più adatto alle vostre necessità.

I TRATTAMENTI DI STYLING NON MIGLIORANO LA SALUTE DEI CAPELLI

Brushing selvaggio, piastra, ferro per i ricci hanno sulle vostre chiome l’effetto che la lavatrice su un paio di collant: alla lunga li slabbra. Anche se mettete il termoprotettore e la vostra piastra è in ceramica di Capodimonte il rischio di trovarvi in testa un covone di paglia è reale. Se volete capelli lunghi e lisci come lady Godiva cercate di limitare l’uso di questi articoli. In alternativa cercate di entrare nelle grazie di qualche trend setter che ci convinca che la paglia è la nuova, imperdibile, moda del momento.

LO SHAMPOO VA SEMPRE DILUITO

Perché? Ci sono diverse scuole di pensiero a riguardo: innanzitutto se non usate uno shampoo ecobio (o solo eco) probabilmente come base lavante avete il Sodium Laureth Sulfate (da qui in poi SLS). E’ stato accusato di essere il nemico pubblico numero uno, di causare il cancro, di essere tossico. Io non lo amo per due motivi principali: perché è un derivato del petrolio e perché è un detergente estremamente aggressivo. Al momento non è stata riscontrata una sua tossicità, ma se vi capita di usarlo (e sembra che non sia possibile formulare un qualsiasi prodotto da risciacquo senza di lui) diluitelo.

Se invece avete optato per uno shampoo più delicato, la diluizione vi è utile per distribuire meglio il prodotto sulla cute (sì, va lavata la cute con lo shampoo e non i capelli). La diluizione ottimale per me è 20 ml di shampoo con 100 di acqua. Come faccio ad essere così precisa? Ho uno spargishampoo

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(nella foto, due pregevoli esemplari di spargishampoo, che potete acquistare in una fornitura per parrucchieri. Costano intorno ai due euro).

USARE SEMPRE SEMPRE SEMPRE IL BALSAMO 

Perché? Come dicevo sopra, gli shampoo tradizionali sono aggressivi e possono seccare cute e capelli. I capelli scambiano umidità con l’aria circostante; se ne scambiano troppa o troppo poca si rovinano. Il balsamo serve a fare da strato impermeabile alla cuticola dei capelli, ne aumenta la trattabilità e diminuisce sensibilmente l’elettricità statica che carichiamo. La differenza tra un balsamo ecobio e uno tradizionale è che il secondo, di solito, è zeppo di cose che impermeabilizzano molto. Troppo. E a lungo andare questa impermeabilizzazione diventa così fitta che il capello non riesce più a scambiare l’acqua con l’aria e si secca. Nel novero dei balsami possiamo inserire anche gli impacchi e le maschere che si fanno prima dei lavaggi e che hanno un tempo di posa di almeno 40 minuti. Sono i cosiddetti “deep conditioner” che andrebbero effettuati almeno ogni due lavaggi.

PRIMA DI USCIRE DALLA DOCCIA, IL RISCIACQUO ACIDO

Dopo aver fatto lo shampoo diluito e messo il balsamo senza siliconi sulle lunghezze dei capelli (e avere abbandonato l’idea di fare la piastra), c’è ancora un ulteriore passaggio: dell’acqua fredda,circa un litro,mischiata ad un cucchiaio di aceto di mele (o a del succo di limone. O a dell’acido citrico, decidete cosa vi piace di più). Perché?  Facciamo conto che ogni nostro capello sia come il tetto di una casa: con il balsamo ci siamo assicurati una buona impermeabilizzazione, con acqua fredda e componente acida rimettiamo a posto le tegole perché riportiamo i capelli al loro PH originario (che è acido) e chiudiamo le cuticole (cioè i coppi del nostro tetto). Questo passaggio è assolutamente inutile se usiamo prodotti che hanno al loro interno siliconi, per il discorso della guaina impermeabile, ma andrebbe fatto ad ogni lavaggio da chi utilizza prodotti ben formulati. Se avete paura di puzzare come una zucchina alla scapece state tranquille, l’odore evapora immediatamente. E potete sempre aggiungere dell’olio essenziale adatto per i capelli nella soluzione. L’unica accortezza di questo passaggio è di non usare troppa parte acida: aceto o limone NON vanno usati da soli perché sono troppo aggressivi.

Buoni esperimenti e lunga vita ai nostri ponti di zolfo 🙂

 

 

 

 

Le tinte ignoranti

La scorsa settimana sono andata da un parrucchiere nuovo. Mentre il colorista mi applicava la tinta (una di quelle meravigliose tinte piene di cose che fanno piangere i delfini e uccidono i cuccioli di foca, sempre perché siamo umani e dobbiamo scendere a compromessi e per il total white sulla mia testa aspetterei almeno di avere 40 anni) mi ha fatto un discorso molto serio sui ponti di zolfo presenti sui miei capelli.

Sapevo di avere dei ponti di zolfo?

Sapevo che erano rovinati?

Sapevo che lui aveva la soluzione perenne e perpetua per far sì che i ponti rotti dei miei capelli diventassero forti come Ponte Milvio nelle sue mani?

Ora, immaginate la scena: io con un pappone puzzolente in testa, che volevo leggere su uno di quei giornalacci che si trovano dal parrucchiere le ultime novità del gossip internazionale e invece parlavo con uno sconosciuto, che probabilmente aveva la supervista, di un problema strutturale dei miei capelli-capelli che sono corti più o meno alle orecchie. Gli ho lanciato uno sguardo eloquente di “LO STAI FACENDO SBAGLIATO” e ha desistito. Poi, nel deep web di Facebook, ho scoperto che i ponti di zolfo rovinati sono l’approccio di vendita tipico dei saloni che hanno questo trattamento a listino.

Perché racconto questo? Perché spesso la vendita è affidata a persone che nella vita fanno altro, che sono obbligate a proporre servizi non necessari e li propongono imparando a memoria quello che dice l’informatore, con la verve di un bambino che declama la poesia di Natale sulla sedia alla fine del pasto del 25 dicembre. L’approssimazione è un comportamento inaccettabile quando delle persone cercano di mettere le mani nel vostro portafogli, e anche se è più semplice dire “sì, tutto quello che vuoi, basta che non mi rompi più le scatole” non è giusto. Per prima cosa perché fate passare il concetto che è un metodo di vendita giusto, quindi ci saranno altre persone che ve lo proporranno. Poi perché per i capelli (come per duecentomila altri capitoli di spesa) less is more. Non si tratta dell’acquisto voluttuario, dello sfizio che voi, consapevolmente, vi state concedendo. E’ una piccola truffa, che a voi non serve, che non vi fidelizza (perché vi sentite, giustamente, prese in giro) e che arricchisce in maniera poco lungimirante solo il parrucchiere (o l’estetista). Diciamo no al cross selling selvaggio.

TO BE CONTINUED (se volete veramente sapere cosa sono i ponti di zolfo e cosa possiamo fare per farli stare saldamente sui nostri capelli senza vendere l’anima a Satana).

5 idee regalo, o i mai più senza che se non avete vi dovete procurare per migliorare esponenzialmente la vostra vita.

Regalare cosmetici, se non è suggerito in maniera più o meno velata da chi lo riceve, è una delle prove col più alto tasso di fallimento che potete sperimentare nella vita (a meno che non vi buttiate sui grandi classici tipo bagnoschiuma e crema profumata-Zucchero Filato Aquolina, anyone?) . E i cosmetici hanno anche il brutto vizio di essere difficilmente resi e cambiati.

Se non volete optare per una gift card (siano esse sempre benedette), approfitto di questi giorni di Black Friday (che sarebbe uno, ma si è espanso fino a durare una settimana) e di conto alla rovescia per la tredicesima, per darvi un po’ di spunti per regali e autoregali beauty che vanno bene più o meno a tutte.

1) Il siero

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Esiste una vita prima del siero e una dopo il siero. Nella vita di prima usavo chili di idratante, la BB Cream faceva crepe sul mio naso facendolo somigliare al cretto di Burri, d’estate trovare una crema idratante per il giorno che la mia pelle non rigettasse era peggio che cercare di entrare in un paio di jeans di una taglia di meno. Poi, un giorno, la folgorazione: l’ho provato e tutti i problemi elencati sopra sono spariti. Leggo che nonostante ormai ogni casa produttrice proponga la sua linea, in Italia è un cosmetico ancora poco utilizzato. Questi di Biofficina Toscana hanno un ottimo rapporto qualità/prezzo e sono facilmente reperibili (quello in foto è un passepartout, ma ce ne sono altri 3, ugualmente validi).

2) La palette componibile 

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(il mio ultimo acquisto di ombretti e la mia prestigiosa gonna a pieghe rossa)

Io credo di avere un ombretto per ogni colore del catalogo Pantone ( e sicuramente qualcuno sarà doppio), ma di solito le persone normali che si truccano hanno una comfort zone di 3/5 colori. Le palette, che stanno vivendo una seconda giovinezza dopo il boom degli anni ’80 e ’90 (vi ricordate quelle strutture meravigliose di Pupa, in confronto a cui l’architettura barocca era un fulgido esempio di minimalismo?) ma di solito vengono usati solo un paio di colori delle 8/10/12 nuances proposte. E poi se ci si trucca fuori casa sono un ingombro e un peso in più nella borsa. Le palette componibili sono una una buona soluzione per portarsi dietro solo il necessario e moltissimi produttori le propongono nelle loro collezioni. Quella in foto è una palette di Alkemilla ; i loro ombretti sono intensi e scriventi e il packaging è molto interessante (il contenitore non è fatto di plastica con lo spazio “a pozzetto”, ma è composto da vari strati di cartone, ha un bordo magnetico che garantisce una chiusura più sicura e una vasca unica più grande).

3) La cipria traslucida

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Lo sapevate? La pelle normale è la meno diffusa al mondo. La vera pelle normale è quella mista. Pelle mista significa l’alternarsi, in 20 centimetri quadrati, di zone riarse unite a zone lucide come un oleodotto texano. Che poi, la pelle lucida è piuttosto brutta da vedere, viene male in foto e non fa reggere il fondotinta neanche se accendete un cero a San Giuda, protettore delle cause perse. Una delle due cose che aiutano molto questo genere di sfighe è Hollywood, la polvere magica di Neve Cosmetics, che cosparsa generosamente sul viso uniforma subito l’incarnato e vi fa durare a sufficienza fondotinta e correttore. E’ uno dei miei prodotti beauty preferiti nella vita, va bene a tutti quanti perché è incolore, e anche se una volta a Stansted mi ha fatto passare un paio di brutti minuti a causa di troppo solerte addetto alla sicurezza che pensava fosse droga, senza non ci so proprio stare.

4) Il primer 

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Questo è la seconda cosa che salva la vita a chi ha una pelle grassa, ma che può essere utilizzato tranquillamente anche da chi ha altre tipologie di pelle. E’ una scoperta recente ed è il prodotto ecobio che più si avvicina, per texture e per performance, ad un prodotto normale e siliconico. La ragazza che me lo ha venduto, quando me lo ha fatto provare mi ha detto “mettilo da sola, ti lascio la goduria dell’applicazione”. In un primo momento ho pensato che, alla lunga, forse l’assenza di parabeni influiva negativamente sulla salute mentale delle addette delle bioprofumerie. Ma quando l’ho provato ho capito cosa intendeva: mentre lo stendi senti la tua pelle che si trasforma in una superficie liscia come il bisquit. Ha tre colorazioni, che sono molto tenui, e per chi non ha particolari discromie o imperfezioni, può essere usato anche da solo come crema colorata. Coleur Caramel non ha un e-shop aziendale in italiano, ma si trova molto facilmente nelle bioprofumerie. Rispetto ai prodotti postati sopra ha un range di prezzo un po’ più caro. Ma vale i soldi che costa.

5) Il rossetto rosso

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Sapete che cosa è il Lipstick Index? E’ un indice che mette in relazione le vendite dei cosmetici nei momenti di crisi economica, e indovinate un po’? Quando la crisi è più forte le industrie cosmetiche migliorano la loro performance. Il rossetto rosso è qualcosa che ogni donna dovrebbe avere. E dovrebbe portarlo spesso, perché è davvero un qualcosa che “tira su”, perché migliora immediatamente  l’incarnato e l’umore. Se avete un’amica triste o che sta passando un brutto periodo, regalatele un rossetto rosso. Inizialmente può darsi che cercherà di tirarvelo dietro, ma qualche giorno dopo vi chiamerà, ringraziandovi, perché lo ha provato e finalmente si è rivista allo specchio.  Quello in foto è il mio preferito della vita e si chiama Red Amour ed è prodotto da Laura Mercier, casa che non è ecobio per niente, ma che ha un approccio al colore che è molto naturale. Questa nuance, in particolare, sta bene praticamente a tutte, ha una buona durata e, soprattutto, non secca le labbra. Anche lui non è proprio economicissimo, ma la vita è troppo breve per portare rossetti scadenti 🙂

Buono shopping e fatemi sapere come vi trovate con i prodotti consigliati.

Tutto quello che avreste voluto saper sugli oli essenziali e che non avete avuto il coraggio di chiedere.

Grande è la confusione sotto il cielo quando si parla di oli essenziali.

Ho scritto questo articolo perché mi avrebbe fatto piacere leggerlo nel 2008, quando ho cominciato a leggere le etichette e a praticare una (blanda, blandissima) autoproduzione cosmetica. La scelta ecologica in campo cosmetico, di solito, porta ad una fase di autoproduzione matta e disperatissima (quella che viene chiamata con l’orrido termine “spignatto” nei forum dedicati) e di solito gli attivi più facili da trovare per arricchire la propria creazione sono proprio gli oli essenziali.  Ma anche chi non è fanatico dell’ecobio può trovarsi alle prese con boccette e boccettine, diffusori e creazioni estemporanee per combattere le zanzare o arricchire un olio anticellulite.  Rispetto a quando ho comprato il mio primo olio di lavanda le informazioni sono sicuramente maggiori, ma molto spesso sono anche molto specifiche e siccome non è facile destreggiarsi, soprattutto quando si è alle prime armi, metto a disposizione della collettività tutto quello che so per cercare di non farvi incappare in disastri (vi ho mai raccontato del mio deodorante al gusto Mojito?) o intossicarvi (si, può succedere anche quello, ma ci si deve impegnare parecchio. Io vi voglio tutti vivi, attivi e profumati qui sopra, per cui no panic).

COSA SONO GLI OLI ESSENZIALI: trattasi di miscugli oleosi di sostanze diverse, che vengono estratti da parti delle piante (di solito mediante spremitura o distillazione) e che mantengono alcune caratteristiche (per esempio l’odore) della pianta di partenza. Si possono produrre oli essenziali anche da parti differenti della pianta (il classico esempio della pianta/maiale della quale non si butta via niente è l’arancio amaro, dal quale si estrae quello dei frutti, quello dei fiori-il neroli- e quello di foglie, rami e frutti acerbi-petitgrain). Gli oli essenziali non contengono acidi grassi ed è per questo che hanno sempre bisogno di avere un vettore (un olio vegetale per utilizzarli sulla pelle, il latte per assumerli oralmente o per fare il bagno, se volete sentirvi Poppea per una mezz’oretta).Inoltre la diluizione è funzionale a diffondere l’olio essenziale su una maggiore superficie di pelle. Quindi NON SI USANO DIRETTAMENTE SULLA PELLE (anche se ci sono un paio di eccezioni di cui vi parlerò più avanti). Se ben conservati hanno una durata maggiore di quella di molti matrimoni, diciamo dai due ai 7/8 anni.

Si vendono spesso sulle bancarelle, in alcuni negozi o anche su internet degli oli profumati, che hanno una denominazione generica di “olio al…”. Rispetto agli oli essenziali di solito sono composti sintetici con nessuna proprietà, se non il profumo, molto probabilmente sintetico anche lui. Usate solo quelli che trovate da rivenditori fidati  (di solito le erboristerie sono piuttosto fornite, ma si trovano tranquillamente anche al NaturaSì) e gli altri lasciateli sul banchetto dove li avete trovati, da bravi.

COME SI USANO GLI OLI ESSENZIALI: l’aromaterapia propone tre strade: l’assunzione orale, l’assorbimento cutaneo o l’inalazione. L’inalazione è il metodo più immediato: sentire un particolare odore mette in moto determinate reazioni che funzionano grazie alle proprietà specifiche della pianta. Ci sono gli oli che rilassano e quelli che stimolano.determinate reazioni nell’organismo. Si parla di risultati straordinariamente brillanti anche solo dopo pochi secondi di inalazione. Io ci credo poco; però sicuramente il nostro naso ci aiuta a riconoscere gli odori che ci piacciono da quelli che ci sono sgraditi, quindi a parità di efficacia, di scegliere un olio al posto di un altro. E in determinate circostanze (naso chiuso, raffreddore) possono essere un coadiuvante ad altri tipi di cure. Se piace profumare la casa, poi, è sicuramente meglio farlo con degli oli essenziali che con il fetido incenso puzzone, residuato bellico di ogni universitario fricchettone che si rispetti (il glade neanche lo nomino. Per me ha la capacità di trasformare qualunque ambiente in un gabinetto dell’ Autogrill di Cantagallo Ovest, che non è propriamente l’odore che vorrei sentire a casa mia).

L’assunzione orale è propria solo di alcuni oli,  Per quello che riguarda l’assunzione orale è sicuramente un metodo funzionale ma VA FATTA SOTTO CONTROLLO MEDICO. Questo perché potrebbero interferire con delle altre medicine, ma soprattutto gli oli essenziali hanno un indice terapeutico (cioè la media tra la dose curativa e quella mortale) molto basso. Questo significa che anche una minima variazione nell’assunzione può essere tossica. Uomo avvisato…

Rimane l’assunzione tramite assorbimento cutaneo: gli oli essenziali fanno parte di quella categoria di principi attivi (da qui in avanti solo attivi) che rendono differenti i cosmetici. Per esempio una crema di solito è un mix di acqua e olio. La nostra pelle è permeabile ad entrambe le sostanze, sia singolarmente che mischiate. Però, ormai da decenni, dermatologi, pubblicitari e riviste femminili giurano che le creme arrivino negli strati profondi dell’epidermide e che ciascuna, teoricamente, dovrebbe agire  su tipologie di pelli differenti. Come è possibile tutto ciò?

Chiaramente è tutto merito degli oli essenziali, delle loro molecole molto piccole e del loro essere affini al sebo. Il resto del lavoro lo fa la circolazione sanguigna, che lo diffonde nel corpo.

PER UN USO COSMETICO DEGLI OLI ESSENZIALI: 

 Ci sono solo due oli che potete usare puri: tea tree (che è una sorta di panacea a tutti i mali e che vi consiglio spassionatamente di acquistare anche se non avete nessuna intenzione di diventare delle maniache dell’autoproduzione cosmetica) e lavanda, che si possono usare da soli.

NON PIU’ DI 2 GOCCE, per favore, VI VEDO.

Se avete optato per un altro attivo, lo dovete diluire in olio o in crema (mediamente si diluisce al due per cento, che vuol dire 4 gocce per 15 ml): già questo è sufficiente per avere un cosmetico arricchito e più funzionale.Ci sono degli attivi che non sono fotostabili, per cui se volete usare un olio di questi per arricchire una crema (per esempio, tutta la famiglia degli agrumi ha questa controindicazione), lo potete fare solo con una crema da notte. Se usato di giorno sul viso l’olio essenziale potrebbe reagire con i raggi solari e lasciare un souvenir del suo passaggio sulla nostra pelle. STATECI ATTENTE.

Per fare un bagno ed evitare che l’attivo sia disperso in una grande quantità di acqua in maniera non omogenea e per non farlo galleggiare sulla superficie, invece dell’olio si usa il latte. Ora, non pensate a secchiate di latte vaccino sprecato; ne basta un bicchiere con dentro dalle dieci alle venti gocce di oe (potete usare anche quello a lunga conservazione, l’importante è che sia intero, perché è il più grasso, quindi quello più funzionale al nostro scopo).  Potete aggiungerlo anche allo shampoo (due gocce per 10 ml di shampoo diluito. Ma lo diluite lo shampoo? E’ importante), al tonico viso (attenzione sempre al discorso della fotosensibilizzazione) o al deodorante (ma evitate l’Olio essenziale di menta, parlo da donna ferita, metaforicamente ma non solo -.-). Si possono persino aggiungere al pappone dell’hennè per contrastare l’odore di pascolo alpino che di solito si porta dietro.

Spero di aver fatto un po’ di chiarezza, buoni esperimenti 🙂

una cosa divertente che (forse) non farò mai più

Se dovessi dire quale è la maggiore differenza tra quando ho aperto questo posto e oggi, quella che salta più agli occhi è il mio attuale colore di capelli.

Volevo perdere venti chili, convivere con il mio legittimo fidanzato, laurearmi e spaccare il mondo, ma mi sono limitata a decolorare i capelli e tingerli di blu oltremare (procrastinators leaders of tomorrow è il motto che metterei sotto il mio stemma, che sarebbe un bradipo di marmo impiegato a fare un pisolino. Ma vabbè)

 

 

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Questo era il punto di partenza: capello lunghetto (io dalle orecchie in giù lo considero lunghetto, ho smesso coi capelli da lady Godiva quando ho appeso le scarpette da ballo al chiodo), castano cioccolato, con frangia. Scusate l’occhio pio, ma ho avuto un attacco di congiuntivite quella sera (se ve lo state chiedendo, quello nello scaldalatte è un Moskow Mule)

Io non sono una di quelle persone che sono ossessionate dalla propria chioma. Alterno lunghezze e colori e mi sembra, tutto sommato, di avere sempre la stessa faccia e la stessa tendenza alla panettosità. Avevo la mia routine (fatta di shampoo ecobio, balsamo ecobio, tinta una volta ogni venti giorni- malignazzi capelli bianchi-risciacquo acido e massimo del porno una soluzione satura di acqua e sale che accentuava un po’ le ondine che si creano naturalmente. Niente ferri, niente piastra, niente di niente di niente di prodotti di styling) e buona lì. Ho provato a fare l’hennè, per circa un annetto, ma ci dovevo dormire, mi faceva male la cervicale e ho pensato che la tinta più eco che potevo trovare poteva essere un giusto compromesso.

Il capello mio miny pony era un’idea che accarezzavo dalla mia estate berlinese nel 2013. Da ragazzina li avevo avuti rossi e blu. Senza decolorare mi erano durati più o meno come un gatto sulla Salaria. Poi avevano tirato fuori quegli orrendi mascara colorati (ve li ricordate? Ah esistono ancora? AIUTO). Poi basta, ho resettato il mio desiderio di avere i capelli da cartone animato per qualche anno. tipo 17, ma non stiamo a sottilizzare.

Il mio lavoro a contatto con il pubblico non me lo permetteva. Non sia mai che una commessa potesse avere dei capelli diversi da quelli piastrati. Giusto il boccolo del 24 dicembre poteva essere concesso. I miei capelli corti mi facevano essere considerata una eccentrica, figuriamoci se li avessi colorati di una tonalità diversa da quelle usuali.

Ma il 30 di novembre mi sono improvvisamente trovata disoccupata, sono andata dai miei parrucchieri (loro, per la cronaca) e ho preso appuntamento per due giorni dopo. E questo è stato il risultato 12341284_10156235601255247_3333323691362339472_n

Ora, se come me siete delle niubbe di questo genere intervento, vi dico tutto quello che c’è da sapere sui capelli miny pony:

  1. preparatevi a stare dal parrucchiere per delle ore: io ce ne ho messe otto. ho dovuto fare due decolorazioni perché il mio castano non se ne voleva andare. Per cui se non partite da un colore chiaro di base prendetevi un giorno di ferie, portatevi “guerra e pace” (o in alternativa raccontate i vostri più scabrosi segreti alla colorista) e siate pazienti. moolto pazienti
  2. preparatevi a tagliare le vostre chiome: io ero andata consapevole che il mio long bob sarebbe potuto passare per le forche caudine della tagliatrice. Così è stato. Se siete delle fanatiche della lunga chioma valutate molto bene con il parrucchiere se farlo, come farlo e quanto siete disposte a tagliare.  E chiaramente NON FATELO IN CASA
  3. La decolorazione fa male. O meglio, a me sulla cute ha fatto male. Sono anche mezza svenuta. Se avete una soglia dl dolore molto bassa o soffrite di pressione bassa valutate anche questo col parrucchiere.
  4. Preparatevi a cambiare routine: io di partenza avevo dei capelli che tendono ad ingrassarsi molto e mi sono ritrovata con della stoppa. Nel giro di tre giorni ho dovuto comprare una maschera da mettere prima dello shampoo (questa) una da usare al posto del balsamo (questa qui) e un latte per lo styling (questo-sarebbe per capelli ricci, ma secondo me va benissimo in questi casi o se usate la piastra). In piscina uso la doppia cuffia ma non basta e proverò a usare dell’olio (con la speranza che le mie compagne di corso non siano scassacazzi e non mi denuncino alla stasi della segreteria).
  5. Ultimo ma non ultimo, aspettatevi le reazioni più assurde da parte della gente. Io ho collezionato un sacco di riscontri positivi dai bambini (“sei una fata?”, “sei la sorella-mamma-cugina di secondo grado di Elsa di Frozen?” fino a “che me li fai assaggiare?”), ma la solito il meglio di loro lo danno gli adulti, che si interrogano sullo stato della tua relazione (“ma il tuo fidanzato ancora ti vuole con quei capelli?”), sulle tue difficoltà al lavoro, sulla tua salute psicologica (“si sa che il blu è il colore della depressione”), o che gioiscono del fatto che “finalmente si tornata del tuo colore naturale” (a distanza di un paio di mesi non ho capito se questo tipo stava prendendo per il culo o no). Per cui se volete comunque rischiare, preparatevi ad essere considerate delle acquesantiere. Il vostro uovo prossemico verrà invaso spesso e tutti vi toccheranno la testa e vi diranno la loro anche se non la volete sentire.

 

Io di mio non so ancora quanto durerà e se lo rifarò . Ma non temete, vi terrò informati

 

oh my god, I’m back again

Interno giorno,
Carola e Dermatologo che da qui in avanti verranno indicati con la lettera C e D

C: “sono venuta perché ho questi agglomerati di cheratina sulla fronte. Vede? Perché mi hanno detto che potevano essere dei porri, ma credo che siano dei semplici ammassi di cheratina. Dico hey, mica sono Grimilde!”

D: “sì, effettivamente sono ammassi di cheratina…”

C: “e poi le volevo far vedere la follicolite che mi ha lasciato il cortisone dietro la schiena”

D (un po’ sbrigativo): “mi faccia vedere che magari non è follic…ha ragione, è proprio follicolite”

C: “poi le volevo chiedere…io credo di avere la rosacea, ho la rosacea sul viso?”

D (esitante, cerca con gli occhi una via di fuga): “sì, probabilmente è rosac…”

C (interrompendolo di botto): “Come sospettavo! Quindi acido azelaico come se non ci fosse un domani? O è meglio il salicilico? O una combo dei due?”

D (visibilmente scocciato): “MA LEI E’ UNA COLLEGA? PERCHE’ VIENE DA ME SE SI FA LE DIAGNOSI DA SOLA?!?”

(niente ragazzi, sono tornata. Fastidiosamente talebana come prima)

capitolo quattro, o anche Clio Zammatteo ruined my life

Eravamo rimasti all’iconoclastia.
Io e il make up abbiamo sempre avuto un rapporto un po’ altalenante: siamo passati dall’amore più sfrenato (diciamo 16/18 anni), periodo nel quale puntavo molto ad assomigliare a una maschera da teatro kabuki giapponese, a un freddo distacco (tra i 20 e i 25), quando tutto il mio bagaglio di make up era composta da un infinito kajal nero di Revlon (che temo di avere ancora da qualche parte), un correttore per bubboni & occhiaie (due mie caratteristiche, soprattutto le seconde), due ombretti due e il mascara di Bourjois (si dice che non si può mai cambiare nè madre nè squadra di calcio. io aggiungo un elemento e dico che sono stata molto più fedele al loro mascara che a certi fidanzati del passato).
La conversione all’ecobio è coincisa col punto più basso di questo cordiale disinteresse: ci sono testimonianze che documentano una me che straparla contro gli smalti, pericolosi cessori di formaldeide, urla allo scandalo per i gloss che occludono i pori intorno alle labbra e fanno venire antiestetici brufoletti sottopelle e cose del genere (io chiaramente fingo di non ricordare e nego fino alla morte).
Il trucco è una componente molto ambivalente per una donna: può essere vissuto come un obbligo, può essere uno strazio come può essere un momento piacevolissimo della giornata. Io ho passato tutta la mia adolescenza a sentire mia madre che si lamentava della biacca bianca che usavo sulla faccia e del rossetto viola scuro che mi mettevo la mattina per andare a scuola. Poi si è lamentata del mio aspetto dimesso (insomma, ha sempre sfrangiato i maroni, come tutte le madri, tra l’altro), perché io non mi sono mai truccata per mettere in risalto i miei punti di forza e mascherare i miei difetti, ma per creare un effetto “drammatico” (capitemi, da giovane volevo fare l’attrice di teatro).
Comunque, nel momento più basso del mio interesse per il make up, Elisa (sì, sempre lei, salutate con la manina, da bravi) ha cominciato a paciugare coi trucchi minerali. Il trucco minerale è una svolta per tutte noi fanatiche con coscienza verde: ti metti in faccia delle polveri minerali assolutamente inerti, che non inquinano e sono pressochè eterne. Fino al 2008 era roba che si poteva comprare solo su siti stranieri, ma poi sono arrivati quelli di e lì è cominciata la mia rovina economica e la mia frequentazione di canali youtube specializzati (che devo dire sono entusiasmanti come le dirette giornaliere di “AMICI”. E secondo me un collegamento tra queste due cose esiste sicuramente e andrebbe approfondito), anche perché chi mai aveva usato un pennello che aveva tutta l’aria di essere uno di quelli da barba per mettersi il fondotinta?

the chemestry between us

L’aggettivo naturale applicato ad un cosmetico vuol dire poco. Per esempio il petrolio è naturale, ma se penso a una crema a base di petrolio mi vengono in mente le immagini del cormorano pucciato nel greggio durante la prima guerra del Golfo (ho una certa età, scusatemi) e penso che nessuna persona sana di mente vorrebbe usare del petrolio nella sua routine cosmetica. Il fatto che spesso lo facciamo inconsapevolmente è un altro paio di maniche.

Ma anche l’aggettivo chimico, di per sé vuol dire poco: produciamo reazioni chimiche in molti nostri comportamenti quotidiani (cucinare ne è un esempio lampante). Possono trovarsi, in seguito ad un trattamento, parecchi principi attivi che fanno un gran bene alla nostra pelle (non esistono pozzi di acido ialuronico, in natura. Esiste all’interno delle nostre cellule epiteliali, ma quello che trovate nelle creme chiaramente è un prodotto di sintesi).

Vi dico quella che è la mia idea in merito prendendo ad esempio la mia vita familiare:

Quando ero piccola (fino a 18 anni) io mia madre e mia nonna abbiamo vissuto insieme. E condiviso il bagno.

Mia nonna, classe 1919, era molto essenziale nella sua routine di bellezza: mai truccata (anche se le fonti mi dicono che negli anni ’50 avesse un debole per la cipria Coty, come la mamma cattiva di “profumi e balocchi”), i suoi lussi erano i capelli (permanente da barboncino e relativi bigodini, trattatti dal parrucchiere un paio di volte alla settimana) e dei fetentissimi profumi da pelliccia-che fortunatamente da aprile ad ottobre erano sostituiti dalla colonia 4711; per il resto a lei bastavano sapone, amido e borotalco. Non parliamo di una povera contadina, ma di una signora benestante che aveva un emporio (e cosmetici in grande quantità a disposizione), a cui però erano sufficienti quei tre.

Fino a una quarantina di anni fa l’industria cosmetica rispondeva a dei bisogni piuttosto semplici con dei prodotti piuttosto semplici.

Se povera nonna ne aveva tre, mia madre almeno dieci volte tanto. Era- ed è ancora- la classica persona che crede nelle commesse di profumeria come si crede a dei profeti. E’ passata per ogni moda cosmetica che si è affacciata in questa parte di emisfero dagli anni ’60 ad oggi, compresi il primo fondotinta in stick di Max Factor (“Era bellissimo! Aveva la consistenza del cemento a presa rapida”) e il primo siero di Elizabeth Arden.

A partire da quando? Boh, forse dalla fine degli anni ’70- l’industria cosmetica ha iniziato a fare quella che volgarmente chiamiamo supercazzola: avendo già i bisogni primari soddisfatti e dovendo implementare i profitti cosa si fa? Si creano nuovi bisogni, ovvio. Quindi nuovi prodotti, che avranno un minimo di diversità dalla versione precedente, che saranno stati pubblicizzati con fanfare e claim tipo “la rivoluzione dell’eterna giovinezza” e che, tempo sei mesi, si confonderanno con gli altri. Come succede coi detersivi (ehi! Ma quelli che fabbricano i detersivi sono gli stessi che fabbricano creme e shampoo). Con questo non voglio dire che la differenziazione presente nei vari prodotti sia sempre inutile, ma lo è nella maggioranza dei casi. Vi sarà successo di vedere uno shampoo per capelli ricci e uno per capelli lisci uguali per i primi tre quarti di lista degli ingredienti. E vi assicuro che non sono le cose presenti nell’ultimo quarto che modificano la performance.

Il problema non è solo l’inutilità, ma che per massimizzare i profitti spesso si utilizzano materie prime che possono dare dei problemi a chi è predisposto (poi ci sono quelle che, come dice una che conosco, “nella loro vita precedente sono state dei ceri votivi, fatte interamente di paraffina” a cui i siliconi, come si dice a Roma, je rimbarzano. Beate loro). Non parlo volutamente del problema dell’inquinamento e dei test sugli animali, perché in quel contesto ciascuno di noi ha la propria sensibilità e aprirei parentesi lunghissime. Ma se ne parlerà, non vi preoccupate.

 

E le erboristerie? Che ci stanno a fare allora?

Domanda lecita che mi sono fatta anche io, quando ho vagliato il mio bellissimo balsamo al fango del mar morto che compravo dalla mia erborista e che costava quanto un chilo di tartufo bianco (e più o meno puzzava altrettanto). Io ero nel giusto, non finanziavo multinazionali puzzone che inquinavano i mari e testavano sugli animali. Ma il mio bellissimo balsamo fatto dagli oompa loompa di un kibbutz minore della Galilea aveva esattamente la stessa struttura di un Ultra Dolce qualsiasi che potevo comprare al primo supermercato che incontravo sul mio cammino.

Spesso le erboristerie sono popolate da questo genere di prodotti, che ha scritto naturale in ogni angolo dell’etichetta, ma che replicano la struttura di un prodotto di profumeria. Perché?

Io mi sono data una risposta molto semplice a riguardo: gli erboristi non sono dei dermatologi e neanche dei farmacisti. Hanno studiato per vendere erbe e le vendono bene-nella stragrande maggioranza dei casi, non cosmetici finiti. Non hanno la formazione che serve per capire bene come è strutturato un cosmetico (che del resto non hanno neanche le commesse di profumeria, ve lo dico perché conosco la categoria piuttosto bene, facendone parte). E poi sono venditori, soggetti a proporre quello che può avere più appeal commerciale e che può procurargli più profitto (l’esempio di Anita Roddick, fondatrice del Body Shop, è lampante: è passata da essere nostra signora dei fricchettoni con i suoi negozi in cui si riciclava tutto, poi è bastato aumentare i punti vendita che ti ritrovi acquisito da L’Oreal e quotato in borsa).

La dicitura “prodotto naturale” purtroppo è vaga e poco reggimentata: non esiste un disciplinare unico a livello europeo per cosmetici effettivamente naturali, ci sono vari e diversi bollini di qualità (Icea, Aiab, Buav) ma a volte i costi per le certificazioni sono onerosi e spesso i produttori rinunciano di avvalersene. L’unica è leggere bene le etichette e imparare cosa tolleriamo bene e cosa no.